Per aversi una condanna per illegittimo espletamento di attività  investigativa, per assenza di autorizzazione prefettizia, è necessario che le indagini private siano state svolte in modo professionale

Sembrerà curiosa come vicenda ma, come dicono i saggi, non è opportuno meravigliarsi degli altri e, soprattutto, ‘mai dire mai’….

In estrema sintesi questa la storia: l’imputato era stato assolto con la formula secondo cui ‘il fatto non costituisce reato‘ per avere seguito delle attività investigative -durate circa un anno- di pedinamento, ricerca e raccolta di informazioni nei confronti della moglie del proprio cognato.

Il tribunale, per sorreggere tali conclusioni, aveva osservato che per la configurabilità del reato di illegittimo espletamento della attività investigativa per l’assenza di autorizzazione prefettizia era necessario che le operazioni di vigilanza oppure di investigazione esercitate fossero in forma imprenditoriale oppure professionale. Mentre, nel caso in esame, ‘… questo esercizio non era configurabile atteso che i due uomini (cognati) avevano realizzato le condotte solo al fine di sorvegliare la donna mediante controlli saltuari, anche se protratti per più mesi, ma senza alcun supporto organizzativo…’.

L’unica osservazione sulla qualificazione del fatto storico era che per i giudici della Suprema Corte (1) la assoluzione doveva venire non perché il fatto non costituisce reato ma perché il fatto non sussiste in quanto ciò che si è nella sostanza c’era stato sin dalla sentenza di primo grado era che la condotta realizzata non integrava, dal punto di vista materiale, alcune fattispecie incriminatrice.

 

(1) Cass. Pen., sent. n. 48264/2014

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