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Il silenzio sulle fonti confidenziali da parte del detective privato

L’argomento giuridico risulta delicato e complesso. Tuttavia, l’importanza che assumono le conseguenze pratiche derivanti dal rifiuto o, al contrario, dalla delazione della fonte confidenziale esige l’inizio di una trattazione (anche se breve, certamente non esaustiva e che richiederà altri approfondimenti) affrontata ed esposta, quanto meno, in modo semplice.
Si parta, innanzi tutto, dalla nozione generale del ‘segreto professionale’, tralasciando, perchè esulanti dall’argomento specifico, il segreto giornalistico, quello bancario ecc.
Intanto, la segretezza è definibile come la limitazione alla acquisizione (qui) processuale di notizie nonostante le stesse risultino utili al raggiungimento della verità.
Il segreto professionale è, a ben vedere, un segreto qualificato, cioè, afferente solo a determinate categorie di soggetti (1) e professionisti (2) (3) i quali hanno la facoltà di rifiutarsi di rispondere alle domande, poste in sede extraprocessuale o anche in giudizio (civile o penale), che tendono a far rivelare a questi o il nome della propria fonte o i fatti appresi nell’esercizio della propria professione, allorquando da tali vicende possa derivare un pregiudizio al ‘cliente’.
Dunque, l’oggetto del segreto può essere:
a) l’identificazione della fonte (nome e cognome di colui che ha reso l’informazione confidenziale);
b) il ‘fatto‘ appreso dalla fonte (l’informazione vera e propria).
L’art. 200 c.p.p., con riferimento esclusivo alla identificazione della fonte, menziona letteralmente solo i giornalisti e, per di più, i giornalisti professionisti (non i pubblicisti). Precisando, tra l’altro, che ‘… se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni…’.
L’aspetto più problematico dell’argomento è il necessario bilanciamento tra il rispetto del segreto professionale (di tipo privatistico, per alcuni, perchè finalizzato a tutelare la sicurezza e libertà dei rapporti professionista/cliente; di tipo pubblicistico per altri), la tutela del diritto di difesa ed il dovere a contribuire e collaborare all’amministrazione della giustizia, per quanto di propria competenza, per far emergere la verità dei fatti (principio di tipo pubblicistico).
In merito alla normativa applicabile si debbono menzionare principalmente:
– l’art. 200 c.p.p. (4);
– l’art. 384/II° co. c.p. (5);
– l’art. 622/I° co. c.p. (6);
– l’art. 249 c.p.c. (7).
Occorre precisare che l’art. 200 c.p.p. non stabilisce, in presenza di segreto professionale, l’assoluto divieto a testimoniare. Ma si limita a determinare i limiti alla testimonianza, per il bilanciamento degli interessi in gioco, prevedendo una facoltà di astensione: tanto nel rispetto, da un lato, del generale obbligo a testimoniare (9) e, dall’altro, del divieto di svelare informazioni coperte dal segreto professionale.
Gli investigatori in ambito civile e quelli in ambito penale.
Si deve tener presente, poi, che esiste una diatriba in merito all’applicabilità del segreto professionale non solo al detective che lavora nell’ambito penale (ex art. 222 disp. coord. c.p.p.) ma anche al detective ‘tradizionale’, cioè quello autorizzato ad esercitare l’attività investigativa in ambito civilistico (art. 134 T.U.L.P.S.) come risarcimento danni, separazioni, divorzi ecc.
Questo perchè non tutti sanno che quando si parla di ‘investigatore privato autorizzato’ spesso si fa riferimento al soggetto che già ‘investigatore privato’ (perchè titolare della relativa licenza) chiede ed ottiene dal Prefetto una autorizzazione, sulla base di specifica esperienza e competenza nel settore in capo al detective, a lavorare per le cd. indagini difensive.
L’investigatore europeo od elvetico.
Una sentenza del 2005 si occupò di un investigatore elvetico che, dopo aver rifiutato di deporre come testimone in un giudizio civile il nominativo della propria fonte dalla quale aveva attinto informazioni patrimoniali acquisite in Svizzera, si trovò imputato in un processo penale italiano per falsa testimonianza ex art. 372 c.p. (sub specie di testimonianza reticente).
I profili problematici della vicenda erano due: 1) la circostanza che l’eventuale delazione sulla fonte confidenziale, nel giudizio civile italiano, avrebbe esposto l’investigatore elvetico/europeo ad una sanzione disciplinare nel proprio Paese, con evidente nocumento alla propria persona ed immagine professionale; 2) la legittimità o meno del silenzio del detective sulla rivelazione della propria fonte.
Gli Ermellini nel caso di specie applicarono l’art. 384/II° co. c.p. (5), esclusione di punibilità, annullando senza rinvio la sentenza che, al contrario, l’aveva condannato per il reato de quo. La motivazione fu che l’imputato non era punibile perchè ‘.. non avrebbe potuto essere obbligato a deporre o comunque a rispondere…‘ (8).
Così facendo, la Corte di Cassazione cristallizzò che anche gli investigatori stranieri, legittimati ad esercitare la professione di investigatore privato nel proprio Paese, in presenza di accordi tra lo Stato de quo e quello italiano per il riconoscimento dei titoli, con riguardo alle indagini svolte all’estero, possono esercitare il segreto professionale.

(1) Rif. a ministri di confessioni religiose riconosciute

(2) Rif. ad avvocati, praticanti avvocati, investigatori privati autorizzati, consulenti tecnici, notai, medici, chirurghi, farmacisti, ostetriche ed ogni altro esercente una professione sanitaria ecc.

(3) Esiste una ‘categoria residuale’ contenuta nell’art. 200 c.p.p. e cioè quella del comma 1, lett. d) che comprende, ad esempio, commercialisti, dipendenti del SERT (servizio pubblico relativo alle tossicodipendenze), psicologi, assistenti sociali ecc.

(4) Art. 200 c.p.p. – Segreto professionale. ‘1. Non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del proprio ministero, ufficio o professione, salvi i casi in cui hanno l’obbligo di riferirne all’autorità giudiziaria:
a) i ministri di confessioni religiose, i cui statuti non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano;
b) gli avvocati, gli investigatori privati autorizzati, i consulenti tecnici e i notai;
c) i medici e i chirurghi, i farmacisti, le ostetriche e ogni altro esercente una professione sanitaria;
d) gli esercenti altri uffici o professioni ai quali la legge riconosce la facoltà di astenersi dal deporre determinata dal segreto professionale.
2. Il giudice, se ha motivo di dubitare che la dichiarazione resa da tali persone per esimersi dal deporre sia infondata, provvede agli accertamenti necessari. Se risulta infondata, ordina che il testimone deponga.
3. Le disposizioni previste dai commi 1 e 2 si applicano ai giornalisti professionisti iscritti nell’albo professionale, relativamente ai nomi delle persone dalle quali i medesimi hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione. Tuttavia se le notizie sono indispensabili ai fini della prova del reato per cui si procede e la loro veridicità può essere accertata solo attraverso l’identificazione della fonte della notizia, il giudice ordina al giornalista di indicare la fonte delle sue informazioni

(5) Art. 384 c.p. – Cause di non punibilità. ‘Nei casi previsti dagli articoli 361, 362, 363, 364, 365, 366, 369, 371 bis, 371 ter, 372, 373, 374 e 378, non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà o dell’onore. Nei casi previsti dagli articoli 371 bis, 371 ter, 372 e 373, la punibilità è esclusa se il fatto è commesso da chi per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire informazioni ai fini delle indagini o assunto come testimonio, perito, consulente tecnico o interprete ovvero non avrebbe potuto essere obbligato a deporre o comunque a rispondere o avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal rendere informazioni, testimonianza, perizia, consulenza o interpretazione

(6) Art. 622 c.p. – Rivelazione di segreto professionale. ‘Chiunque, avendo notizia, per ragione del proprio stato o ufficio, o della propria professione o arte, di un segreto, lo rivela, senza giusta causa, ovvero lo impiega a proprio o altrui profitto, è punito, se dal fatto può derivare nocumento, con la reclusione fino a un anno o con la multa da trenta euro a cinquecentosedici euro.
La pena è aggravata se il fatto è commesso da amministratori, direttori generali, dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, sindaci o liquidatori o se è commesso da chi svolge la revisione contabile della società.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa

(7) art. 249 c.p.c. ‘Si applicano all’audizione dei testimoni le disposizioni degli articoli 200, 201 e 202 del codice di procedura penale relative alla facoltà di astensione dei testimoni

(8) Cass. Pen., sent. n. 7387/2005

(9) Art. 198 c.p.p. ‘1. Il testimone ha l’obbligo di presentarsi al giudice e di attenersi alle prescrizioni date dal medesimo per le esigenze processuali e di rispondere secondo verità alle domande che gli sono rivolte.
2. Il testimone non può essere obbligato a deporre su fatti dai quali potrebbe emergere una sua responsabilità penale

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