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La ripetizione di una offesa – anche in aula – che non riveste la natura di argomentazione tecnica per la difesa ma che ha il mero scopo di denigrare la controparte, anche se afferente ad un fatto veritiero, integra la fattispecie del reato di diffamazione    

 

 

Un avvocato, durante lo svolgimento di udienza civile connessa ad altra penale che aveva condannato un proprio collega, ripete più volte l’epiteto ‘pregiudicato’ nei confronti della controparte.

L’uomo viene denunciato, dunque, per diffamazione.

La difesa del primo avvocato, incentrata sull’importanza dell’esercizio del diritto di libera manifestazione del pensiero all’interno di un giudizio, anche se in forma critica, non viene accettata dalla Corte che così motiva.

Il diritto di critica e/o l’asseverazione di una verità ‘… va comunque contemperato con l’esigenza… di evitare che il cittadino che si trovi nella condizione personale e sociale di persona processata e/o condannata divenga, in maniera indenne, perenne bersaglio del discredito dei consociati…’

E, nel caso di specie, gli Ermellini avevano constatato che l’espressione ‘pregiudicato’, anche se rispondente alla realtà, ripetuto in continuazione, aveva avuto solo scopo denigratorio ‘… per evidenziare la pochezza giuridica e umana della collega, quale componente di uno studio professionale diretto dal pregiudicato…’.

Le circostanze concrete della vicenda avevano fatto propendere la Corte per una qualificazione negativa della ripetizione dell’epiteto ‘pregiudicato’ nei confronti della controparte in quanto tale comportamento non rientrava – di fatto- nei limiti della correttezza del confronto in giudizio tra le parti.

 

 

(1) Cass. Pen. sent. n. 475 dell’08/01/2015

 

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