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Può il giudice nella sentenza ‘far proprie’ le argomentazioni esposte da una delle parti processuali? Oppure, così facendo, fa menir meno la propria imparzialità o terzietà?

La questione è giunta sino alle Sezioni Unite ed afferiva ad un processo tributario nella cui sentenza, conclusiva della vertenza, il giudice aveva riportato le deduzioni logico-giuridiche contenute negli atti dell’Ufficio Tributario. Da qui il problema sulla ‘autonomia’ della sentenza, quale atto del giudice che deve sempre garantire la posizione super partes e che pare venir meno se, proprio al momento decisivo, questi non emette una pronuncia ‘autonoma’ ma fa proprie le argomentazioni di uno dei litiganti.

Le Sezioni Unite colgono l’occasione (un processo in materia tributaria che arriva sino alla Cassazione) per chiarire diversi punti che, di seguito, si riportano in maniera sintetica (1).

1- Nozione di sentenza

In linea generale con il termine sentenza ci si riferisce allo scritto che espone le ragioni di una decisione giurisdizionale. Tuttavia, osserva la Suprema Corte ‘… sempre più frequentemente la sentenza, con i suoi contenuti, tempi e modalità di intervento, sembra costituire la risposta a diverse domande che sono fuori del singolo per sesso, divenendo di fatto un simbolico terreno di confronto attorno al quale soprattutto si misura l’aspettativa di giustizia  il modello di giudice e di processo che di volta in volta si vuole promuovere oppure stigmatizzare..’ (1).

Di certo la sentenza non è una opera dell’ingegno a carattere creativo appartenente alle scienze, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative ecc. Quindi in base all’art. 2575 c.c.  (3) la sentenza non può essere oggetto del diritto d’autore, nella duplice accezione di diritto morale e patrimoniale e viene in considerazione per l’ordinamento quale espressione di una funzione dello Stato al pari degli atti amministrativi, legislativi e per gli atti dei rispettivi procedimenti prodromici. La sentenza ha come principale aspirazione quella di rappresentare una manifestazione della volontà del legislatore, nella fase esecutiva, e ciò indipendentemente dal fatto che al suo interno possa contenere in tutto o in parte il contenuto di altre sentenze, di atti amministrativi o legislativi, di atti del processo (come le perizie, le prove testimoniali e gli scritti difensivi) senza che possa emergere da ciò il problema della individuazione di paternità come accade, invece, nelle opere  artistiche lato sensu. Tale posizione viene supportata dalla struttura dell’attuale codice di rito nel quale non esiste alcuna norma, con riferimento alla redazione della sentenza, che imponga implicitamente oppure esplicitamente al giudice l’originalità nei contenuti oppure nelle modalità espositive.

D’altra parte è stata riconosciuta già da tempo la possibilità di una motivazione per relationem anche se, con riferimento a questa ipotesi, la Corte ha precisato che il rinvio deve essere fatto ad atti specificamente individuati, conosciuti e/o conoscibili dalle parti, senza necessità che siano trascritti (2).

In sintesi: l’importante è che, nella sentenza, la motivazione (4) sia esposta nel modo più aderente al caso concreto, contenendo una sufficiente correttezza e chiarezza nelle ragioni, di fatto e  giuridiche, sottese alla decisione finale.

2- Nozione di imparzialità

L’imparzialità del giudice viene salvata quando:

* nella causa non esiste un interesse personale nè vi siano legami con alcuna delle parti processuali;

* non esistono precedenti decisioni del magistrato nella materia del contendere ed afferenti ad altre fasi e/o gradi del giudizio (5). Nulla di ciò le Sezioni Unite hanno constatato nel caso di specie.

(1) Cass. Civ., SS.UU., sent. n. 642/2015

(2) Cass. Civ., sent. n. 16277/2010

(3) art. 1575 c.c. ‘Formano oggetto del diritto di autore le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alle scienze, alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione’

(4) art. 132 c.p.c. ‘La sentenza è pronunciata “In nome del popolo italiano” e reca l’intestazione: “Repubblica italiana”. Essa deve contenere:
1) l’indicazione del giudice che l’ha pronunciata;
2) l’indicazione delle parti e dei loro difensori;
3) le conclusioni del pubblico ministero e quelle delle parti ;
4) la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione;
5) il  dispositivo, la data della deliberazione e la sottoscrizione del giudice.
La sentenza emessa dal giudice collegiale è sottoscritta soltanto dal presidente e dal giudice estensore. Se il presidente non può sottoscrivere per morte o per altro impedimento, la sentenza viene sottoscritta dal componente più anziano del collegio, purché prima della sottoscrizione sia menzionato l’impedimento; se l’estensore non può sottoscrivere la sentenza per morte o altro impedimento è sufficiente la sottoscrizione del solo presidente, purché prima della sottoscrizione sia menzionato l’impedimento’

(5) Cass. Civ., sent. 155/1996

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