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Può esistere il danno morale od il danno esistenziale in assenza di danno biologico?  

La Cassazione Civile ha avuto modo di precisare che la assenza di un danno biologico e, dunque, di un danno alla sfera psicofisica del soggetto che ha subìto il fatto illecito, di per sè non esclude la configurabilità in astratto sia del danno morale soggettivo, e dunque del danno derivante dalla sofferenza interiore del danneggiato, sia di un danno dinamico-relazionale, sia pure circoscritto nel tempo.

Ricordiamo che per gli Ermellini:

-il risarcimento del danno biologico è subordinato all’esistenza di una lesione dell’integrità psico-fisica medicalmente accertabile;

– il danno esistenziale, da intendere come ogni pregiudizio di natura non meramente interiore ma sempre oggettivamente accertabile e provocato sul fare areddituale del soggetto, è la alterazione delle abitudini e degli assetti relazionali della vittima, che la inducono a scelte di vita diverse nella realizzazione della propria personalità nel mondo esterno. Esso va dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento. Strumento, peraltro, di rilievo è la prova per presunzioni per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi dedotti si può, attraverso un prudente apprezzamento, risalire in maniera coerente al fatto ignoto, cioè l’esistenza del danno facendo ricorso ex art 615 c.p.c. a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo nella valutazione delle prove.

La peculiarità di questa sentenza sta nel fatto che la Corte precisa cosa accade quando un danno biologico manchi del tutto ed il diritto costituzionalmente protetto risulti diverso da quello ex art. 32 Cost. e, cioè, sia diverso dal diritto alla salute.

La considerazione degli Ermellini conferma la bontà di una lettura delle sentenze delle Sezioni Unite del 2008 condotta attraverso una ermeneutica di tipo induttivo che, dopo aver identificato l’indispensabile situazione soggettiva protetta a livello costituzionale (il rapporto familiare parentale, l’onore, la libertà religiosa, la reputazione, il diritto di autodeterminazione al trattamento sanitario, il diritto di libera espressione del proprio pensiero, il diritto all’ambiente, il diritto di difesa, il diritto di associazione, di libertà religiosa ecc.), consente al giudice del merito una rigorosa analisi ed una conseguentemente rigorosa valutazione. Una indiretta ma significativa indicazione in tal senso si rinviene nell’art 612 bis c.p. che, sotto la rubrica di atti persecutori, dispone che sia punito con la reclusione chi, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere uno stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

In questa disposizione di legge sembrano scolpiti i due autentici momenti essenziali della sofferenza dell’individuo e vale a dire il dolore interiore ed anche la alterazione della vita quotidiana (1).

 

(1) Cass. Civ., sent. n. 20292/2012

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