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Brevi note sui profili civilistici e penalistici della responsabilità derivante dalla detenzione di animali

In tema di responsabilità per danni cagionati da animali in base all’art 2052 c.c. la responsabilità del proprietario è presunta, fondata cioè non sulla reale colpa bensì sul rapporto di fatto che l’uomo ha con l’animale. Pertanto, per i danni cagionati da quest’ultimo, il proprietario risponde in ogni caso a meno che non fornisca la prova dell’intervento di un fattore esterno idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell’amico peloso e l’evento di danno, il cd. caso fortuito. All’interno del caso fortuito, tra l’altro, la giurisprudenza far rientrare anche il fatto colposo del danneggiato che abbia avuto efficacia causale esclusiva (come la vittima che si introduce nel giardino privato, recintato e chiuso da un cancello, pur sapendo della presenza dell’animale da guardia segnalata tra l’altro anche da apposito cartello) oppure il fatto del terzo. La conseguenza del principio suindicato è che se la prova liberatoria non viene fornita dal proprietario dell’animale non rimane che la sua condanna ad opera del magistrato. Questo, però, è ciò che accade nel campo civile.

Diverse sono le conseguenze ed i criteri probatori del settore penale.

Con riferimento alla responsabilità derivante dalla omessa custodia di animali si possono citare sia l’art 590 c.p., che punisce con la reclusione fino a tre mesi oppure con la multa fino ad € 309,00 la condotta di chi cagiona ad altri per colpa una lesione personale; sia l’art 672 c.p., che punisce con una sanzione amministrativa che va da € 25,00 ad € 258,00 la omessa custodia ed il malgoverno di animali. Questa ultima norma, ancora oggi, è valido parametro per la valutazione della colpa in tema di omessa custodia di animali e connessa responsabilità per le lesioni personali colpose. In materia penale, infatti, non è consentito applicare i criteri ex art. 2052 c.c. atteso che la prevista inversione dell’onere della prova può operare solo a fini civilistici. Sul territorio penalistico -al fine di escludere la colpa per la mancata custodia- non basta che l’animale al momento del fatto si trovasse in un luogo privato oppure recintato ma è necessario che in tale sede non potessero introdursi estranei. Importante in tal senso è stata una sentenza della Cassazione risalente al 2006 che ha confermato la assoluzione dell’imputato in un caso di aggressione del proprio cane da guardia in quanto il predetto animale non sono era custodito in un giardino privato ma questo era anche chiuso, recintato e con un apposito cartello di segnalazione della presenza dell’animale. Diversa ancora è la situazione nel caso in cui da quel luogo privato e recintato l’animale possa facilmente scappare, come nel caso di una apertura della recinzione oppure la abitudine del proprietario di far uscire l’animale quando anche egli va fuori dal giardino privato.

Orbene, con la sentenza del 2016 (1) gli Ermellini rammentano che l’obbligo di custodia sorge in tutti i casi in cui sussiste una relazione di possesso. Dunque, è esente da responsabilità il proprietario dell’animale quando risulti che egli ha affidato la custodia dello stesso a terze persone purché questi ultimi non siano soggetti inesperti. In questa ipotesi, pertanto, l’obbligo giuridico imposto dalla norma incombe direttamente sugli affidatari.

Argomentando secondo tale linea logico-giuridica, è evidente che il proprietario dell’animale non va, invece, esente da responsabilità nell’ipotesi in cui, allontanandosi dalla propria abitazione, non abbia affidato la custodia del proprio beniamino nè trasferito la sua detenzione ad altri.

Nel caso di specie (1) la Corte osservava che l’animale era effettivamente custodito, all’epoca delle lesioni, da persona diversa dall’imputato-proprietario, il quale aveva consegnato qualsiasi potere di vigilanza e di controllo diretto sul animale. Pertanto, la responsabilità del danno era da ascriversi al soggetto che gestiva l’animale e che si era in tal modo assunto ogni obbligo, anche precauzionale, finalizzato ad impedire che questi potesse nuocere a terzi.

(1) Cass. Civ., sent. n. 30548/2016

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