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Il provvedimento di sospensione cautelare deve essere sorretto non solo dalla gravità delle imputazioni penali ma anche dallo strepitus fori

 

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia aveva disposto la sospensione cautelare dall’ esercitare la professione forense ad un legale che era stato tratto in giudizio dinanzi al Tribunale di Venezia per rispondere di alcuni reati contro la fede pubblica (falsità in atti pubblici e su scrittura privata) di cui agli articoli 476 e 485 c.p. (1).

L’impugnazione contro questo provvedimento veniva accolta dal Consiglio Nazionale Forense il quale precisava che la valutazione discrezionale rimessa al consiglio dell’ordine sulla opportunità di procedere o meno alla sospensione cautelare immediata dell’avvocato sottoposto a giudizio penale doveva essere sorretta da circostanze oggettive che integrassero il clamore suscitato delle imputazioni penali in una dimensione di effettiva propagazione all’esterno della metà giudiziale.

Non si ritengono rilevanti, quindi, ai fini della irrogazione della sospensione cautelare la gravità delle accuse nella ipotesi in cui i fatti possono avere una futura diffusione pubblica.

Anche in passato le Sezioni Unite avevano precisato che lo strepitus fori legittima la sospensione cautelare anche nelle ipotesi di un lungo lasso di tempo trascorso tra la commissione dei fatti penalmente rilevanti e l’adozione della misura cautelare in sede disciplinare ovvero nelle ipotesi di procedimento disciplinare avviato da tempo, giacché, ai fini dell’erogazione della misura quel che rileva è proprio l’attualità della strepitus fori anche se si è verificata dopo molto tempo dall’accadimento dei fatti.

Quindi, la sospensione dall’esercizio della professione di un legale sottoposto a procedimento penale è legittima solo se il pericolo dello strepitus fori che deriva dalla gravità delle accuse ha i caratteri della concretezza ed attualità.

 

(1) art. 476 c.p. falsità materiale di pubblico ufficiale in atto pubblico Il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, forma in tutto o in parte un atto falso o altera un atto vero, è punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni’.

art. 485 c.p. falsità in scrittura privata ‘ Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno forma, in tutto o in parte, una scrittura privata falsa  o altera una scrittura privata vera, è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne faccia uso, con la reclusione da sei mesi a tre anni. Si considerano alterazioni anche le aggiunte falsamente apposte a una scrittura vera, dopo che questa fu definitivamente formata

(2) Cass. Civ. SS.UU., sent. n. 3184/2015

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